CATCH ME DADDY (2015) di Daniel Wolfe

In Pakistan il delitto d’onore è una pratica crudele che mette davanti “l’onore della famiglia” ai familiari stessi, quando quest’ultimi si permettono di disonorarla. Il concetto ovviamente si estende anche alle famiglie che vivono all’estero. Questa ‘legge del taglione’ viene narrata nel film d’esordio di Daniel Wolfe, noto regista di videoclip, aiutato nella sceneggiatura dal fratello Matthew. Ma il regista la prende alla larga, mettendo sotto l’obiettivo dello spettatore una fuga d’amore. Laila, una giovane e coloratissima parrucchiera pakistana, si trova nello Yorkshire inglese con il suo ragazzo Aaron, un disoccupato parecchio svogliato. Laila però è in fuga dal padre, ricordato da lei con nostalgia quando racconta ad Aaron momenti simpatici di gioventù, ma con terrore quando accenna alla fuga dalla sua famiglia d’origine. Il padre, una persona autoritaria, misteriosa e sicuramente non per bene, manda sulle tracce di Laila l’altro suo figlio ed una squadra composta da gente fidata pakistana e di delinquenti locali, tra i quali un Gary Lewis in splendida forma.

Nel corso della storia, accompagnata perfettamente da musiche e canzoni strepitose, i momenti tragici sono dietro l’angolo, con dei picchi di violenza crudele ed allucinate. Il film però, non si limita ad una caccia all’uomo, o meglio, alla figlia, ma è un grido di denuncia, attualissimo, sulla difficile integrazione delle seconde generazioni di immigrati e sull’impossibilità di staccare il cordone ombelicale da tradizioni scomode e secolari del paese d’origine, che mal si conciliano con i paesi occidentali, in questo caso quello inglese. Infatti il padre di Laila nella seconda parte si dimostra un vero tiranno, che pone l’orgoglio e l’onore davanti alla vita della figlia, colpevole senza attenuanti da parte del suo genitore di colpe mai chiarite del tutto, o forse solo incomprensibili a noi occidentali. Laila, ad un certo punto, ingenuamente, finisce (sbagliando) per fidarsi del delinquente interpretato da Lewis, dimostrando la sua fragilità nella disperata ricerca di una figura paterna.

Il finale straziante è il colpo di grazia, perché non chiude la porta, ma apre un portone, di libertà d’opinione e scelte, lasciate a noi spettatori. Film realizzato benissimo e semplice in apparenza, ma con tantissima carne al fuoco, secondo me cucinata perfettamente. VALUTAZIONE 8,5/10

H.E.

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