DOGMAN (2018) di Matteo Garrone

Dopo SUBURRA e NON ESSERE CATTIVO, entrambi del 2015, il cinema italiano sembrava avere definitivamente rialzato la testa ed essere ritornato ai fasti di un tempo con nuova e prepotente linfa vitale. Purtroppo sono passati tre anni e solo il ritorno di un regista, amatissimo dal popolo estremo italiano (GOMORRA, L’IMBALSAMATORE, PRIMO AMORE, IL RACCONTO DEI RACCONTI), di spessore e navigato come Garrone permette nuovamente al cinema estremo di casa nostra di affondare il colpo e colpire forte le nostre emozioni in maniera dura e vibrante. Ispirato alla celebre vicenda di cronaca nera del ‘Canaro della Magliana’ (Pietro De Negri) di fine anni ’80, ma con notevoli differenze sull’ambientazione geografica (luogo indefinito ma vicino al mare), sui tempi (siamo ai giorni nostri) e sui due protagonisti, con nomi e caratteristiche personali differenti.

Marcello è un uomo divorziato e padre di una bambina, mite e benvoluto in una piccola borgata degradata senza nome, vicina al mare e dove vige solo la legge del più forte, dove gestisce con cura maniacale e passione una piccola attività di toelettatore di cani. Purtroppo per Marcello, nella sua schiera di amici vi è anche Simone, un ex pugile dal fisico massiccio che tende a sottomettere ed umiliare continuamente Marcello. Ad accomunare entrambi vi è anche la passione per la cocaina, destinata spesso a scaldare gli animi e costringere Marcello a piegarsi più volte all’amico bullo. Un colpo che coinvolgerà entrambi incrinerà inevitabilmente il rapporto tra i due, destinando quest’ultimo a scivolare in una spirale di violenza, odio e rancore senza ritorno e via d’uscita……

DOGMAN rappresenta l’evoluzione naturale di Garrone, in quanto racchiude tutto il suo cinema passato in un colpo solo affiancato alla cronaca più nera della nostra ‘bella’ Italia, di ieri ma anche di oggi. Dalle atmosfere malate e morbose di PRIMO AMORE e L’IMBALSAMATORE alle facce da criminali senza scrupoli di GOMORRA, completate dalla creazione di micro mondo grottesco e da favola nera del RACCONTO DEI RACCONTI. Questo nuovo mondo costituito da pochi personaggi di contorno oltre ai due protagonisti, ognuno rappresentato perfettamente e portatrice con pochi effetti di una propria storia personale, da luoghi simbolo della nostra Italia recente di periferia e di provincia più incline al degrado (come il COMPRO ORO e la SALA SLOT), fino alla raffigurazione, voluta o meno, con vicende infelici ambientate in luoghi similari al mondo di Marcello (Ostia, per citarne uno, con criminali che spaccano il naso a giornalisti ed incredibilmente simili al Simone del film), a dimostrazione che il male si evolve e cambia pelle, ma rimane e pervade le nostre strade più buie. L’evoluzione all’interno dell’omuncolo dalla voce infantile Marcello, divorziato in quanto incline all’amore per la polvere bianca, che non invalida l’amore per il suo lavoro e per la sua figlia Alida, da codardo a coraggioso, si collegherà indissolubilmente alla vicenda ispiratrice accaduta realmente. E proprio come nella realtà, ad accendere la miccia basterà uno sguardo e una parola da parte del suo più grande amore, la figlia, per accendere quella bestia sopita e nascosta in lui. Siamo pecore o leoni? Questa sembra la domanda che Garrone pone a noi italiani, leoni al bar (scena cardine del film) ma codardi nella strada nei confronti del prepotente di turno. Il luogo ovattato, cupo e grigiastro nella quale questa vicenda è narrata, è impreziosita più volte da maschere e uomini grotteschi (il ‘laboratorio’ dello spacciatore, la discoteca, la trattoria a cielo aperto simile ad un ‘villaggio vacanze degli incubi’). Se le interpretazioni di Marcello Fonte ed Edoardo Pesce, rispettivamente nei panni del DOGMAN e di Simone, sono impeccabili, non sono da meno quelle di chi li circonda, in particolare di Francesco Acquaroli e Adamo Dionisi, volti noti di SUBURRA (film e serie Tv), i quali racchiudono perfettamente l’italiano avido e codardo forte solo con le parole e sempre pronto a voltare le spalle e girarsi dall’altra parte alla prima avversità. Diviso in un due parti ben definite, con la prima che illustra questo micro mondo da favola nera ed i suoi protagonisti, e la seconda che mostra l’inevitabile evoluzione animalesca, DOGMAN è un film di volti umani, disumani e animali spesso da pelle d’oca. Perché gli spettatori tristi e malinconici di questo film sono i cani del negozio di Marcello, con i loro occhi vivi e profondi destinati a vedere chi sono le vere bestie. Regia concreta e priva di virtuosismi inutili, una fotografia che alterna e contrappone più volte atmosfere uggiose e pumblee ad altre soffocanti, sempre affogate nel disagio totale, musiche diversificate che accompagnano perfettamente le diverse fasi della pellicola, ed un cast di attori di livello assoluto, ci faranno vibrare de tensione più volte a angoscia più volte, le quali le aleggiano continuamente nel film, ma salgono vertiginosamente quando gli scontri sfociano nel sangue e nella violenza più becera e selvaggia. Un grande dramma disturbante ad opera di un grandissimo regista italiano (forse il migliore del nuovo millennio tricolore), che mostra senza paura l’anima nera di un’Italia che di grande bellezza ha ben poco, a parte la propria storia remota! VALUTAZIONE 9,5/10

H.E.

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