SAUNA (2008) di Antti-Jussi Annila

Gioiello raro, questo film che ci viene regalato per l’ennesima volta dal nord Europa. Raro e prezioso come il diamante nero, perché questo è il colore che più gli si addice. Difficile parlarne, catalogarlo e finanche visionarlo a tratti diventa un’operazione faticosa: non per la durata che è decisamente contenuta, né per il gore che non è sicuramente l’elemento su cui si vuole focalizzare il regista, lento di una lentezza non esasperata ma funzionale al registro del film che vuole – questo sì – concentrarsi sul turbamento dei protagonisti; non siamo neanche di fronte ad un film che esaspera i dialoghi o che cerca twist con tripli avvitamenti tanto cari a chi manca di originalità quanto improbabili. Quindi perché siamo al cospetto di un’opera da gustare con calma, silenzio assoluto ed una di quelle poche che consiglio di rivedere almeno due volte? Procediamo con ordine…

Innanzitutto il contesto storico: siamo alla fine del 1500, dopo una guerra durata 25 anni, due miseri contingenti s’incontrano per spartirsi i confini. Due uomini (due fratelli finlandesi, i protagonisti) da un lato, tre dall’altro: i russi. C’è voglia di tornarsene a casa: a una cattedra promessa per questi territori ai confini del mondo ed alla propria famiglia lasciandosi alle spalle gli orrori ed alleggerirsi così del peso che grava su un uomo che ha vissuto una guerra così lunga. Nel loro avanzare però, seppur a guerra ultimata, un ultimo avvenimento li lega e li segna ulteriormente: la colpa, da aggiungere al già grosso fardello, viene spartita con pesi diversi ed il fantasma del senso di colpa li inseguirà lungo il cammino rimanente.

Riguardo ai personaggi, Eerik, vero motore del film, ha una mimica da psicopatico, resa quasi grottesca da un paio di primitivi occhiali che tanto stridono col personaggio: è il fratello guerriero, quello che ha ucciso 73 persone, che combatte questa guerra da quando ha 16 anni… fisicamente incarna perfettamente il veterano di guerra, col suo carico di ferite, le più profonde delle quali sono ovviamente quelle dell’anima. La sauna del titolo (come da tradizione), ci potrebbe apparire dunque come elemento purificatore ma le cose non andranno esattamente come ce le aspettiamo. Nella loro missione topografica il piccolo drappello si imbatte in un villaggio al centro di una palude che è (ripartiamo dai simbolismi) un luogo non luogo e non solo perché non è segnato su nessuna mappa… chi vi abita l’ha trovato così, abbandonato. Da quando vi si sono insediati non è più nato nessuno: sono in 73 (!) compreso un bimbo (o una bimba?) dalle sembianze angeliche, quasi asessuato appunto tanto da non capirne il genere ma che non può che rimandarci all’incarnazione dell’innocenza stessa. Nei pressi del villaggio troneggia la sauna, come un monolite di ancestrale costruzione… ma non vi è nulla di puro ed illuminante o tantomeno rassicurante: innanzitutto l’architettura stessa subito stride con il contesto storico, l’interno è buio come l’oblio eterno quasi già a farci presagire che se di purificazione si tratta, di certo è intesa in un’accezione ben lontana da quella cristiana: non c’è paradiso né inferno rovente ma solo il vuoto perenne. La sua figura è magnetica come un buco nero, incutendo timore e ad attrazione al tempo stesso, e per arrivarci bisogna attraverso l’acquitrino dei propri demoni: l’acqua vista come una sorte di Ade, dove le nostre colpe stagnano.

Quanto accade una volta entrati è difficile da spiegare… sicuramente non è più possibile uscirne, non realmente: della restante parte di trama non svelo nulla ma vi dico chiaramente che… dalla sauna non uscirà il mostro brutto e cattivo. Il regista lascia che a incutere timore sia il comparto sonoro, studiato ottimamente per accrescere il senso d’angoscia che traspare dai volti, facendo poi improvvisamente affiorare i fantasmi che li perseguitano. Fotografia eccelsa nell’acuire il senso di disperazione: costantemente cupa, desaturata il giusto dei colori, con una prevalenza del nero su tutto. Niente mostri dalla palude dunque, ma direttamente dal subconscio dei protagonisti… Qui siamo decisamente più dalle parti dell’immaginario lovecraftiano per quanto riguarda il tipo di paura generata dall’ambiente che ci circonda e che, soprattutto, ci sovrasta con le sue forze oscure in quanto imperscrutabili… e ancora, alzo l’asticella, ci ritrovo più di un tratto del pensiero tarkovskijano con questo spazio indefinito che è confine (proprio come quello che vanno cercando!) non solo tra realtà e simbolo ma anche tra sacro e proibito. Tanti dubbi vi resteranno a fine visione, riguardatelo dopo qualche giorno e ponetevi questa domanda: e se la purificazione tanto agognata non fosse così luminosa e cristianamente salvifica? E se fosse spietata, cieca, grondasse sangue e fosse inesorabilmente giusta ed impassibile… come un fiume che da monte scende a valle portando con sé il sangue dei morti? VALUTAZIONE 8,5/10

Review by Giovanni Verrillo

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