THE NEON DEMON (2016) di Nicolas Winding Refn

Nei tempi pagani c’era il giorno del sacrificio del re: quel momento in cui la regina doveva scegliere il “nuovo”, sacrificando il “vecchio” sovrano. Questa non era una punizione, ma un grande onore per lui. Il sangue ottenuto dal sacrifico, avrebbe irrigato i campi e fatto fiorire il raccolto. La sua funzione massima da re, in un ciclo perpetuo di venerazione e sacrificio.
Refn ha sempre mosso i suoi personaggi in un mondo oscuro, fatto di futilità, ossessioni e violenza. Poi raccontò la presa di coscienza di un uomo che attraversando la follia e la brutalità diventa un Dio pronto a lasciarsi sacrificare affinché la sua essenza e il suo sangue possano forgiare l’eternità. Poi è arrivato Drive. E In quel mondo orrendo di violenza e corruzione è emersa la figura della donna e la potenza dell’amore. L’amore per una donna che spinge a riscoprire la bestia quietata dentro ognuno di noi e che finalmente può emergere per una causa più grande e diventare l’archetipo di un “eroe”. Un piccolo bagliore di purezza in un mondo che ha corrotto e disintegrato ogni valore. Il mondo in cui vivono i protagonisti del suo Only God forgives, in cui è ancora la donna il motore di tutto: violata, uccisa, dimenticata. E poi il suo alter-ego vivo, feroce, vendicativo. Donne che manipolano figli deboli che potranno redimersi di colpe non commesse solo lasciandosi sprofondare nell’inferno della punizione. Ed è proprio da questo mondo ormai privo di eroi e di vittime che parte Neon Demon. Un mondo orrendo e ferito che dentro di sé ne racchiude un altro ancora più spaventoso che ne è quasi lo specchio deforme: un mondo in cui l’apparire è quello che conta, un mondo senza alcun dio se non quello effimero e mutevole dell’essere. Un mondo interamente dominato dalla figura femminile in cui il concetto di “amore” si è trasformato nell’elevazione di uno “status”. O di se stessi, nel caso della protagonista del film Jesse.

 

Sempre con un piede nel genere puro e l’altro nell’autorialità più sperimentale, Refn è riuscito a spaziare attraverso i generi (di cui ne è un grande appassionato) decostruendoli, privandoli del loro “principio attivo” soffermandosi a raccontare quel momento sospeso in cui i suoi protagonisti nascono, vivono e muoiono muovendosi tra le schegge impazzite delle strutture che di volta in volta Refn gli costruisce intorno. E se per tanti autori arrivare nel “gotha” significa arrivare ad un punto di “arrivo”, l’avere improvvisamente contro i riflettori puntati del mondo “mainstream” ha significato per Refn la possibilità di spingersi in territori ancora più lontani, impercettibili, sfuggenti. Ed è naturale che dopo un car-chase senza inseguimenti, un film di vendetta senza vendetta arriva un horror senza “horror”. Con Neon Demon arriva una sovrapposizione totale dell’autore e della sua visione in cui tutto si fonde e perde di definizione diventando prepotentemente “altro”. Come Narciso che nell’atto di baciare la sua immagine riflessa si lascia consapevolmente affogare e non per incontrare la morte, ma per diventare “altro”. Si perché Neon Demon ancor più dei precedenti lavori arriva a fondersi totalmente con quello che vuole raccontare e si ammanta volutamente di quel linguaggio, di quei lustrini e di quel “vuoto” che vuole raccontare. Il film stesso è “il neon demon”: E’ guardare uno specchio che riflette un immagine distorta ed ideale che diventa archetipo. Un archetipo appunto effimero, mutevole, “provvisorio”, orgogliosamente falso, fatto di apparenze e distorsioni della realtà. Un archetipo destinato a generare copie imperfette di sé stesso e che non fa altro che (auto)alimentarsi e prendere energia e potere da quel mondo che l’ha plasmato, in cui non conta più niente se non l’apparire. Un “qualcosa” che poi finisce e in quel momento distrugge, abbandona, trasforma in bambole di plastica o in eterni fantasmi “figuranti” destinati ad essere il niente, i suoi sudditi. Ed eccoci allora che ritorna prepotentemente, ma vista sotto angolazioni diverse, Valhalla rising il cammino di One-Eye. E quindi elogiamo e creiamo il nostro feticcio per poi distruggerlo e nutrirci di lui, bere il suo sangue, mangiare la sua carne, ambire alla sua non-purezza, ambire alla sua superficialità per potere così riscattare la nostra. Il paradosso è che non esiste alcuna innocenza e purezza nel mondo di Neon Demon. Coerente con la sua visione sprezzante e nichilista dell’essere umano, Refn con questa sua ultima “installazione” (chiamiamola così) si spinge ancora più in là di quanto fatto con il precedente Solo Dio perdona e riesce a creare un quadro in cui non esistono vittime, ma solo carnefici. O meglio, carnefici che non sono nient’altro che consenzienti vittime in attesa di diventare gli idoli che verranno mangiati dal “popolo”. La protagonista Jessie è l’incarnazione stessa della falsità e dell’opportunismo: implicitamente malvagia, arrivista, falsa, capace di camminare tra questi due mondi tremendi, rubandone e assimilandone per prima l’essenza. Non è un caso che in un mondo concepito, vomitato e plasmato come quelli inesistenti di riviste di architettura o di moda, le uniche reazioni “umane” vengono da quei piccoli satelliti che gravitano intorno al corpo imperfetto (e quindi unico, ambito, raro) di Jesse che quando non scelgono di sparire nel rifiuto e nel dolore (il fotografo amico della Fanning), sono costretti a diventarne carnefici diretti. Un livello di perdizione tale che l’unica presa di coscienza è solo quella di diventare QUEL “nulla”, che però viene compreso e idolatrato. Come appunto un re pagano che si sacrifica per far nascere dal suo sangue la vita. Come un uomo che si fa carico della perdizione umana e ne diventa il dio da sacrificare. Neon Demon appare a noi, ingiudicabile, spaventoso, incomprensibile come il monolite nero di 2001: qualcosa che stimola la nostra curiosità, la nostra fascinazione e il nostro odio. Il cui addentrarsi nel suo magma impercettibile significa letteralmente lasciarsi mangiare e abbandonarsi al caos. Lavori come Neon Demon (ma anche su piani diversi, Enter the void, Holy motors, Nymphomaniac, Faust, etc….) sono pinnacoli che un autore raggiunge ad un punto della propria carriera artistica e che dopo il loro passaggio non possono far altro che eliminare tutto quello che c’è stato prima per poter (forse) ricominciare. Vanno oltre il bello, il brutto, il cinematografico. Sono oltre ogni cosa. Approcciarsi a materia simile con l’arroganza di voler capire, spiegare, dare un senso, serve solo a noi per cercare un appiglio di sicurezza che pareti altissimi, levigate e scivolose come queste non hanno. E cadere significa ammettere di esserne ammaliati, corrotti, avvelenati (Salingman docet) E quindi si sminuisce, lo si attacca, lo si venera, si cerca di comprenderlo e ridimensionarlo quando ormai a quel punto si è già inconsapevolmente contaminati. Si cerca di combattere e sconfiggere quella “forma”, tentare di ridimensionarla e renderla rassicurante, ma purtroppo per noi siamo destinati in partenza a perderci e a rifletterci nei suoi infiniti specchi: perché quel gelido demone che ci osserva, quel vuoto assordante che non possiamo sostenere ed accettare in alcun modo e che mina le nostre sicurezze, che facciamo finta di non conoscere o che vediamo lontano anni luce da noi, non è il film di Refn ma il mondo intero che ci circonda, ci nausea e ci consuma. E che nonostante tutto, scegliamo di non voler percepire! VALUTAZIONE 9,5/10

Raffaele Picchio

 

COMPLETO SUB ITA: THE NEON DEMON 

BLURAY: THE NEON DEMON

Precedente DUMBLAND (2002) di David Lynch Successivo TOP SENSATION (1969) di Ottavio Alessi

Lascia un commento

*